
Scriverò spesso di questo tema, perché mi sta molto a cuore. Viviamo in un tempo in cui le buone maniere si riservano (se va bene) a quanti conosciamo. Gli altri, quelli incontrati per strada, sono sconosciuti, estranei, forestieri, che l’etimologia spiega essere quella gente che viene dalla foresta. Meno civili, meno umani. Un pericolo.
Eppure alcune situazioni della vita non ci fanno percepire gli sconosciuti come un pericolo.
L’altro giorno mi trovavo in ospedale per alcuni esami e, tanto per cambiare, c’era parecchia gente in coda davanti a me. Ero il tipico paziente che entra in sala d’attesa e chiede “chi è l’ultimo?“.
L’ultimo ero io, ma la mia attenzione è stata attratta in quel momento non tanto da chi era davanti a me ad aspettare, ma dalla prima della fila: una signora sulla settantina, che dalle sette del mattino, partita da casa alle cinque, si trovava lì, digiuna, ad attendere qualcuno che le dicesse di poter andare a mangiare e tornare a casa.
Erano le 13.30!
Dopo aver bussato a tutte le porte del reparto, finalmente un’infermiera appena entrata in turno, l’ha rassicurata dicendole che poteva andare. Dietro quella signora c’era un’altra decina di pazienti, alcuni molto anziani, ad aspettare. Uscita quella cara donna ci si è messi un po’ tutti a parlare, partendo dall’italica abitudine di lamentarsi delle istituzioni pubbliche, fino a questioni più personali. Il tutto condito da un’inaspettata e piacevole dose di gentilezza, che ha reso quell’attesa (almeno per me) molto piacevole ed è stata capace di stemperare un po’ di quell’ansia che l’ospedale suscita in molte persone, me compreso.
L’attesa, il timore, anche la sofferenza, sono tutte esperienze umane che facilitano la gentilezza.
La gentilezza è quel modo di relazionarmi con l’altro che permette ad entrambi di affrontare meglio ciò che aspettiamo, ciò che ci impaurisce, ciò che ci procura dolore.
Insomma: essere gentili è terapeutico.
