Babbo Natale

Le presentazioni sembrano superflue, perché chiunque lo conosce. Babbo Natale è forse uno dei personaggi più noti e famosi in tutto il mondo. Ispirato alla figura del vescovo San Nicola, il consegnatore di regali natalizi che guida una slitta trainata da renne volanti è da tempo identificato con il profilo di un anziano paffuto signore con la barba bianca, vestito con un abito di panno rosso bordato di candida pelliccia, ai fianchi un grande cinturone scuro e un cappello da elfo in testa, ovviamente in tinta con il resto dell’abbigliamento.
Da qualche anno la narrazione comune vorrebbe attribuito il colore tipico del suo vestito all’ampia operazione pubblicitaria di una celebre bevanda gassosa, anche se – come confermano essi stessi in un post nel loro sito – non si deve a loro l’idea di vestirlo di rosso.
Tante poi sono le riproduzioni che lo vedono nelle decorazioni natalizie e diversi sono i film che lo hanno per protagonista, come la versione andata in onda la sera della vigilia su Rai 1, “Io sono Babbo Natale”, con Marco Giallini e Gigi Proietti (scheda del film).

La mia analisi verte su un altro punto, molto interessante. Stimolato dalla lettura di un articolo di Alessandro Vinci sul Corriere della Sera, mi sono rivolto la stessa domanda che il giornalista pone a titolo del suo scritto: “È giusto che i nostri figli credano in Babbo Natale?“.

Lascio a voi la lettura dell’articolo, affinché possiate formarvi una qualche opinione in merito.

Per quanto ne ho capito io, abbiamo un’importante schiera di contrari: un filosofo e un sociologo americani, animati dal timore che nei bambini si rischi di compromettere eccessivamente il rapporto di fiducia con i genitori e di intaccare la formazione di un sano pensiero critico; una psicologa inglese, spaventata dalla possibilità di far credere ai bambini che un anziano signore passi tutto l’anno a guardare cosa fanno di buono o di cattivo, pronto verso fine dicembre ad emanare il suo verdetto di idoneità o non idoneità a ricevere doni tanto desiderati.
Che voci critiche si alzino da Stati Uniti e Inghilterra rispetto a uno degli aspetti che più ha permeato la festa del Natale (originariamente cristiana, ormai a tutti gli effetti pagana, nel senso etimologico del termine) – ovvero quello del consumismo – non può che farmi piacere, ma le osservazioni riportate mi sembrano un tantino eccessive, considerato un dato di realtà incontrovertibile, almeno per me che scrivo: né io né alcuna delle persone che conosco e che ho conosciuto abbiamo avuto problemi di fiducia con i nostri genitori nel momento in cui, come “per magia”, abbiamo capito che chi mangiava i biscotti e beveva il latte lasciato fuori dalla finestra non erano le renne della slitta, ma probabilmente mamma o papà, dopo aver sistemato tutti i pacchetti sotto l’albero. Penso anche – ma potrei sbagliarmi – di non essermi mai sentito osservato o giudicato nei miei comportamenti da bambino, ma – questo sì – sempre molto emozionato all’idea che, nonostante il mio comportamento, io i regali sotto l’albero li ho sempre trovati. Chi di noi, ovviamente se le condizioni economiche della famiglia lo permettevano, non ha mai trovato quello che ha scritto sulla letterina a Babbo Natale? Di quali bambini spaventati parlano questi esperti? Bambini reali o l’idea che loro stessi proiettano sull’infanzia? Tralascio il giudizio sulla differenza bambini benestanti/bambini poveri, perché ho troppa stima e rispetto di chi vive nella povertà e so con quanta dignità vivono tantissime famiglie e quale forza educativa viene sprigionata in quei contesti in cui non si riesce a soddisfare pienamente ciò che in realtà è un bisogno indotto dall’inumano e martellante potere della pubblicità (di moda, di accessori, di giocattoli).

Per fortuna nostra – e di Babbo Natale – c’è ancora qualcuno con i piedi per terra. La posizione possibilista della pedagogista italiana Silvia Sellitri mi trova del tutto concorde.
C’è un tempo per ogni cosa” afferma un antico adagio biblico: c’è un tempo per le favole e un tempo per la realtà così com’è, il problema è non fare confusione e cercare di riportare ogni cosa dentro al suo giusto tempo.
Come ricordavo in un post precedente sulla scrittura, da quando inizia la storia (prima c’è solo preistoria) l’uomo ha sempre avuto bisogno di scrivere storie, di inventare personaggi, di rileggere la realtà con gli occhi della fantasia, di saper ri-raccontare le cose con parole e mondi nuovi. È una capacità dell’essere umano, per rendere più affascinante il mestiere del vivere. Per rendere più magica l’attesa di un dono. Per donare un sorriso di stupore ad ogni bambino.
Ci sarà tempo per continuare ad affermare “non sento più il Natale!. E quando succederà, forse ci renderemo conto che sarà stata soltanto colpa nostra.

Ops, ho detto “colpa”…

Autore: Andrea Ceriani

Mi sono sempre chiesto perché l'essere umano abbia bisogno di scrivere. Mentre cerco di darmi una risposta scrivo qualcosa anche io. Penso di averne bisogno. Penso sia una risposta. Andrea, classe 1987. Aiuto gli altri a vivere una vita più degna di essere vissuta. Ho un Border Collie, di nome Mika. Sto imparando a scrivere...

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