L’imprescindibile e affascinante mondo delle piante

Se ne parla sempre più spesso di questi tempi: le piante sono imprescindibili per la vita sul nostro pianeta; occorre a tutti i costi difendere le grandi foreste che fungono da polmoni verdi per la Terra; laddove l’uomo ha disboscato è necessario procedere con la piantumazione di nuovi alberi.

Ci sembra di poter dire tranquillamente di conoscerle bene: chiunque fin da bambino sa distinguerle da animali o cose. In genere attribuiamo ad esse il colore verde, colore che diventa nomeproprio qualora ci riferiamo a tante di esse messe insieme (il verde urbano, ad esempio, per indicare tutte le piante, prati, giardini, parchi presenti in una città).
Eppure quello delle piante rimane un mondo sconosciuto ai più, per la grande varietà di specie vegetali differenti distribuite in quasi tutti gli ecosistemi terrestri. Un mondo di cui normalmente facciamo soltanto una piccola esperienza: le piante che abbiamo sul balcone o nel giardino di casa, quelle che “incontriamo” nelle nostre città o nelle nostre passeggiate in campagna o in montagna, quelle che coltiviamo perché, di alcune, foglie o frutti sono commestibili e molto preziosi per l’alimentazione umana e/o animale.

Forse ci sfuggono i nomi propri di molte specie vegetali, anche di quelle più vicine a noi. Da qualche anno, per ovviare a questo problema, troviamo diverse app capaci di fornirci utili informazioni a partire dalla fotografia di una foglia, di un fiore, di una chioma.
Ci sfugge forse il loro particolare funzionamento, non conoscendone gli specifici bisogni. È facile allora deprimersi un poco quando ogni pianta che ci capita sotto mano rischia di fare una triste e secca (o troppo umida) fine.
Anche in questo caso il web è davvero ricco di spunti e informazioni per coltivare al meglio le piante di casa, del nostro giardino o del nostro orto.
Un qualsiasi motore di ricerca offre la possibilità di accedere a una vera e propria miniera d’oro di informazioni, fornite da coloro che “hanno le mani in pasta”, da chi studia il mondo vegetale, da chi può fornirci e venderci tutto ciò di cui abbiamo bisogno per avere, nutrire, curare, far crescere le nostre piante.

Eppure, per quanto possiamo cercare informazioni specifiche, là fuori rimane letteralmente da esplorare una gigantesca foresta di specie verdi, le quali permettono tutte insieme di realizzare il delicato e imprescindibile equilibrio per la vita.

Condividerò con voi diversi articoli che riguardano le piante e il mondo vegetale. Saranno scritti a partire dalla mia esperienza, dalle mie letture, dalle mie ricerche, dagli studi fatti per diletto o per bisogno di conoscere il modo migliore di tenere in vita, far fiorire, far fruttare le piante che ho avuto e ho il piacere di coltivare.
Il tutto, come sempre, a partire dall’amore per la conoscenza e, solo in seconda battuta, per una qualche utilità pratica.

Babbo Natale

Le presentazioni sembrano superflue, perché chiunque lo conosce. Babbo Natale è forse uno dei personaggi più noti e famosi in tutto il mondo. Ispirato alla figura del vescovo San Nicola, il consegnatore di regali natalizi che guida una slitta trainata da renne volanti è da tempo identificato con il profilo di un anziano paffuto signore con la barba bianca, vestito con un abito di panno rosso bordato di candida pelliccia, ai fianchi un grande cinturone scuro e un cappello da elfo in testa, ovviamente in tinta con il resto dell’abbigliamento.
Da qualche anno la narrazione comune vorrebbe attribuito il colore tipico del suo vestito all’ampia operazione pubblicitaria di una celebre bevanda gassosa, anche se – come confermano essi stessi in un post nel loro sito – non si deve a loro l’idea di vestirlo di rosso.
Tante poi sono le riproduzioni che lo vedono nelle decorazioni natalizie e diversi sono i film che lo hanno per protagonista, come la versione andata in onda la sera della vigilia su Rai 1, “Io sono Babbo Natale”, con Marco Giallini e Gigi Proietti (scheda del film).

La mia analisi verte su un altro punto, molto interessante. Stimolato dalla lettura di un articolo di Alessandro Vinci sul Corriere della Sera, mi sono rivolto la stessa domanda che il giornalista pone a titolo del suo scritto: “È giusto che i nostri figli credano in Babbo Natale?“.

Lascio a voi la lettura dell’articolo, affinché possiate formarvi una qualche opinione in merito.

Per quanto ne ho capito io, abbiamo un’importante schiera di contrari: un filosofo e un sociologo americani, animati dal timore che nei bambini si rischi di compromettere eccessivamente il rapporto di fiducia con i genitori e di intaccare la formazione di un sano pensiero critico; una psicologa inglese, spaventata dalla possibilità di far credere ai bambini che un anziano signore passi tutto l’anno a guardare cosa fanno di buono o di cattivo, pronto verso fine dicembre ad emanare il suo verdetto di idoneità o non idoneità a ricevere doni tanto desiderati.
Che voci critiche si alzino da Stati Uniti e Inghilterra rispetto a uno degli aspetti che più ha permeato la festa del Natale (originariamente cristiana, ormai a tutti gli effetti pagana, nel senso etimologico del termine) – ovvero quello del consumismo – non può che farmi piacere, ma le osservazioni riportate mi sembrano un tantino eccessive, considerato un dato di realtà incontrovertibile, almeno per me che scrivo: né io né alcuna delle persone che conosco e che ho conosciuto abbiamo avuto problemi di fiducia con i nostri genitori nel momento in cui, come “per magia”, abbiamo capito che chi mangiava i biscotti e beveva il latte lasciato fuori dalla finestra non erano le renne della slitta, ma probabilmente mamma o papà, dopo aver sistemato tutti i pacchetti sotto l’albero. Penso anche – ma potrei sbagliarmi – di non essermi mai sentito osservato o giudicato nei miei comportamenti da bambino, ma – questo sì – sempre molto emozionato all’idea che, nonostante il mio comportamento, io i regali sotto l’albero li ho sempre trovati. Chi di noi, ovviamente se le condizioni economiche della famiglia lo permettevano, non ha mai trovato quello che ha scritto sulla letterina a Babbo Natale? Di quali bambini spaventati parlano questi esperti? Bambini reali o l’idea che loro stessi proiettano sull’infanzia? Tralascio il giudizio sulla differenza bambini benestanti/bambini poveri, perché ho troppa stima e rispetto di chi vive nella povertà e so con quanta dignità vivono tantissime famiglie e quale forza educativa viene sprigionata in quei contesti in cui non si riesce a soddisfare pienamente ciò che in realtà è un bisogno indotto dall’inumano e martellante potere della pubblicità (di moda, di accessori, di giocattoli).

Per fortuna nostra – e di Babbo Natale – c’è ancora qualcuno con i piedi per terra. La posizione possibilista della pedagogista italiana Silvia Sellitri mi trova del tutto concorde.
C’è un tempo per ogni cosa” afferma un antico adagio biblico: c’è un tempo per le favole e un tempo per la realtà così com’è, il problema è non fare confusione e cercare di riportare ogni cosa dentro al suo giusto tempo.
Come ricordavo in un post precedente sulla scrittura, da quando inizia la storia (prima c’è solo preistoria) l’uomo ha sempre avuto bisogno di scrivere storie, di inventare personaggi, di rileggere la realtà con gli occhi della fantasia, di saper ri-raccontare le cose con parole e mondi nuovi. È una capacità dell’essere umano, per rendere più affascinante il mestiere del vivere. Per rendere più magica l’attesa di un dono. Per donare un sorriso di stupore ad ogni bambino.
Ci sarà tempo per continuare ad affermare “non sento più il Natale!. E quando succederà, forse ci renderemo conto che sarà stata soltanto colpa nostra.

Ops, ho detto “colpa”…

Proverbi

(Salomone in un dipinto anonimo della chiesa di Santa Maria di Ahus, Svezia)
Il re Salomone, figlio del grande re Davide, dotato di straordinaria sapienza e saggezza, è nominalmente l’autore del libro “Proverbi” contenuti nella Bibbia, sia ebraica che cristiana.

C’è del vero in ognuno di loro, ma a volte anche qualche limite.
Sono saggi, prudenti, intelligenti, ma sanno anche essere spietati e cinici.
Sono tantissimi, a far la conta ci si perde, perché ne manca sempre qualcuno, perché qualcuno ne conoscerà sempre di nuovi.
Arrivano da chissà dove. Non hanno età. Nessuno li ha inventati, ma tutti li conoscono. Nessuno li insegna, ma tutti li tramandano semplicemente vivendo.
Sono i proverbi: detti più o meno popolari, che hanno lo scopo di insegnare qualcosa a chi li ascolta.
Sono una forma della sapienza umana alla quale in pochi resistono.
Brevi, incisivi, hanno per protagonisti persone comuni, animali, cose… .
Sono uno spaccato della realtà che torna sempre utile.
Ed è per questo che troveranno spazio in questo blog, che vuole sempre – attraverso tutte le cose – aiutare chiunque leggerà a capire un po’ di più come funziona la realtà in cui viviamo.

Elogio della gentilezza

Scriverò spesso di questo tema, perché mi sta molto a cuore. Viviamo in un tempo in cui le buone maniere si riservano (se va bene) a quanti conosciamo. Gli altri, quelli incontrati per strada, sono sconosciuti, estranei, forestieri, che l’etimologia spiega essere quella gente che viene dalla foresta. Meno civili, meno umani. Un pericolo.
Eppure alcune situazioni della vita non ci fanno percepire gli sconosciuti come un pericolo.

L’altro giorno mi trovavo in ospedale per alcuni esami e, tanto per cambiare, c’era parecchia gente in coda davanti a me. Ero il tipico paziente che entra in sala d’attesa e chiede “chi è l’ultimo?“.
L’ultimo ero io, ma la mia attenzione è stata attratta in quel momento non tanto da chi era davanti a me ad aspettare, ma dalla prima della fila: una signora sulla settantina, che dalle sette del mattino, partita da casa alle cinque, si trovava lì, digiuna, ad attendere qualcuno che le dicesse di poter andare a mangiare e tornare a casa.
Erano le 13.30!

Dopo aver bussato a tutte le porte del reparto, finalmente un’infermiera appena entrata in turno, l’ha rassicurata dicendole che poteva andare. Dietro quella signora c’era un’altra decina di pazienti, alcuni molto anziani, ad aspettare. Uscita quella cara donna ci si è messi un po’ tutti a parlare, partendo dall’italica abitudine di lamentarsi delle istituzioni pubbliche, fino a questioni più personali. Il tutto condito da un’inaspettata e piacevole dose di gentilezza, che ha reso quell’attesa (almeno per me) molto piacevole ed è stata capace di stemperare un po’ di quell’ansia che l’ospedale suscita in molte persone, me compreso.

L’attesa, il timore, anche la sofferenza, sono tutte esperienze umane che facilitano la gentilezza.
La gentilezza è quel modo di relazionarmi con l’altro che permette ad entrambi di affrontare meglio ciò che aspettiamo, ciò che ci impaurisce, ciò che ci procura dolore.

Insomma: essere gentili è terapeutico.

Scrivere: voce del verbo vivere

Penso che la scrittura abbia una qualche relazione con il senso,
il significato e la destinazione della nostra vita.

La storia dell’umanità inizia quando l’uomo inventa la scrittura. Prima non c’è storia, ma preistoria.
La storia, ogni storia, è possibile perché da qualche parte c’è un essere umano capace di scriverla.
L’importanza delle storie è profondamente legata all’importanza della scrittura.
È vero, tante storie sono giunte fino a noi perché qualcuno le ha tramandate oralmente, ma nel tempo in cui viviamo (in realtà è un tempo molto lungo, di quasi 5.000 anni) non è possibile avere conoscenza approfondita di qualcosa senza che qualcuno si metta a scrivere.
Passiamo una buona parte della nostra vita a scrivere: a scuola, mentre studiamo, al lavoro, al pc, a chi amiamo o a chi odiamo;  con la penna, la matita, con un computer o al cellulare.
Anche le migliaia di messaggi che inviamo ogni anno dai nostri smartphone sono una forma particolare di scrittura e, a volte, è preferibile ad altre modalità apparentemente più comode e immediate, come i messaggi vocali.

Sono sempre stato attratto dalla scrittura e di conseguenza da chi ha fatto della scrittura il suo mestiere.
Un giorno, a una scrittrice che ho avuto il piacere di conoscere e che ora è una mia carissima amica, ho chiesto:

Ma secondo lei perché l’uomo ha sempre avuto voglia di scrivere e continua a farlo?

La risposta mi ha abbastanza spiazzato, perché non me l’aspettavo o perché forse non ero pronto a comprenderne il profondo significato:

L’essere umano scrive perché ha paura dell’oblio”

Oblio. Possibilità di essere dimenticato e cancellato da ogni memoria esistente, presente e futura. Condizione in cui cade colui che, a conti fatti, potrebbe non essere mai esistito, perché della sua vita non resta traccia alcuna. 
Penso che la scrittura abbia una qualche relazione con il senso, il significato e la destinazione della nostra vita.

Ritorno a scrivere, dopo tanto, condividendo online un po’ di pensieri che riguardano diversi argomenti.
Il titolo del blog “Diapason” vuole indicare proprio questo: poter passare attraverso le cose per cercare di comprenderle un po’ di più, attraverso lo strumento della scrittura. 
Scrivo innanzitutto per me stesso, senza grandi pretese.
Scrivo anche per chi, leggendo, riuscirà a trovare qualche filo della gigantesca e ingarbugliata matassa della vita.
E così facendo, spero, di aiutare a rendere la vita un po’ più degna di essere vissuta e amata.

Ciao 🙂